ARCHIVIO DEGLI SCRITTI DI PIETRO ICHINO
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A CHE COSA SERVE IL SINDACATO?
Edizione economica Oscar Best Sellers
Mondadori, 10 agosto 2006

Edizione aggiornata, con un dialogo tra l'autore ed Eugenio Scalfari

PREFAZIONE ALL’EDIZIONE ECONOMICA BEST SELLERS

 

Le due confederazioni sindacali italiane maggiori hanno reagito all’uscita della prima edizione di questo libro in modi opposti. La Cisl si è mostrata prima diffidente, poi intrigata, in alcune sue componenti addirittura consenziente, ultimamente anche in termini molto marcati (Pier Paolo Baretta, numero due di quella confederazione, si è spinto nel giugno scorso a definire pubblicamente il libro come “un grande inno al sindacato”), sempre comunque molto attenta e interessata a discuterne: numerosi convegni e seminari in tutta Italia e un nutrito dibattito ospitato dal suo quotidiano “Conquiste del Lavoro”. La Cgil, invece, in un primo tempo ha ignorato totalmente il libro: neppure una riga o una dichiarazione pubblica, né sul suo settimanale “Rassegna sindacale”, né su alcuna altra sua rivista, confederale o di categoria; un silenzio di tomba, rotto soltanto dalla lettera circolare del 20 febbraio 2006 con la quale il responsabile dell’Ufficio giuridico della confederazione, senza alcuna argomentazione di merito, ha lanciato un appello a non leggere il libro, indicato come parte di una campagna di stampa contro la Cgil stessa: “Trattasi di un vero e proprio attacco tanto più insidioso quanto più portato avanti con strumenti di larga diffusione in vasti strati sociali … L’insidia è poi acutizzata dalla autorevolezza accademica, dalla pacatezza dei toni, dalla ampiezza delle argomentazioni, dalla presunta neutralità della scienza, dall’‘aura’ tecnocratica … Il tutto contando sulla presunta impreparazione dell’uditorio ad affrontare o sostenere l’impatto di tanta sapiente costruzione”. Solo la Camera del lavoro di Milano, agli inizi di aprile, ha inteso prendere le distanze da questo tentativo di soffocare il dibattito in seno alla confederazione sindacale maggiore, promuovendo un affollata e intensa tavola rotonda coordinata da Mimmo Carrieri.

Le ragioni del rifiuto “di sinistra” delle mie tesi sono state invece esposte apertamente, e in modo molto incisivo, sulla Repubblica del 18 gennaio 2006 da Eugenio Scalfari. Letto quel suo articolo, ho chiesto a Scalfari di poter discutere con lui delle critiche che mi muoveva, in un dialogo da pubblicare su lavoce.info; ha accettato senza esitazione. Il giorno stesso nel quale quel nostro dialogo è uscito sul sito web, il 23 febbraio, esso è stato pubblicato quasi integralmente sulla Repubblica; e ora l’Editore ha ritenuto di porne la versione integrale a disposizione del lettore, nelle pagine che seguono. È stato un dialogo vero, con un impegno serio da entrambe le parti a capirsi, che termina con un’apertura significativa da parte di Scalfari, anche se condizionata da alcuni interrogativi di non poco peso: “Lei può avere ragione – è la sua conclusione ‑, ma, per entrare in questo ordine di idee, troppe cose allora devono cambiare. … Questa battaglia innovativa che lei conduce meritoriamente presuppone una comunità nazionale in cui cambino contemporaneamente molte altre cose. Allora, chi fa la prima mossa? Senza una concertazione seria tra tutte le parti interessate, non si creerà mai il minimo di fiducia necessario perché si possa imboccare credibilmente una strada come questa.”

            È la stessa conclusione a cui giungeva Bruno Trentin in un dialogo per certi aspetti analogo che svolsi con lui sulla riforma della disciplina dei licenziamenti (pubblicato da lavoce.info il 25 maggio 2003): una riforma è possibile, ma solo in un contesto politico radicalmente nuovo; non finché al governo c’è Berlusconi. Ma quando, tre anni dopo, Eugenio Scalfari ribadisce questa condizione, siamo ormai alla vigilia delle elezioni politiche che daranno vita alla XV legislatura disarcionando il governo di centro-destra; il suo riferimento a un nuovo contesto politico non è un rinvio sine die: esso assume il valore di una sollecitazione immediata nei confronti della nuova compagine che si candida al governo del Paese.

La nuova compagine, l’Unione guidata da Romano Prodi, raccoglie questa sollecitazione senza sbilanciarsi troppo: nel suo programma elettorale essa si astiene dal delineare il nuovo assetto della contrattazione collettiva perseguito, rinviando ogni scelta in proposito al risultato della negoziazione tra le parti interessate, sindacati e imprenditori.

Con le elezioni del 9 aprile il quadro politico effettivamente muta; ma il negoziato tra le parti non decolla. È molto tiepida la posizione della Confindustria, il cui apparato centrale, probabilmente, al di là delle dichiarazioni di principio, non vede di buon occhio lo spostamento del baricentro della contrattazione collettiva verso la periferia. È decisamente contraria, come si sapeva da tempo, la Cgil, che preferirebbe conservare in tutto e per tutto immutato l’assetto centralistico delineato dal protocollo Ciampi del luglio 1993. Ma anche le altre confederazioni maggiori (tra queste includo anche la Ugl, pur guidata oggi con acume e lungimiranza da Renata Polverini) stentano ad accettare l’idea di una riduzione del ruolo svolto finora dal contratto collettivo nazionale nella determinazione delle condizioni di lavoro. Ciò che spaventa molti sindacalisti è la prospettiva che all’autonomia collettiva sia consentito di derogare al livello aziendale o regionale rispetto a uno standard nazionale di trattamento che viene considerato come un “minimo” irrinunciabile, una soglia al di sotto della quale non vi sarebbe che la povertà. Non si chiedono, questi sindacalisti, come possa accadere che nel mondo intero centinaia di milioni di lavoratori stiano meglio rispetto ai lavoratori italiani, in termini di retribuzione e altri aspetti del trattamento, pur praticando modelli di organizzazione del lavoro e di struttura delle retribuzioni che in Italia sarebbero considerati come altrettante “deroghe in peius” ai nostri contratti collettivi?

L’innovazione, come sovente sottolineava Paolo Sylos Labini, costituisce il fattore essenziale di aumento della produttività del lavoro e quindi della sua redditività per chi lo svolge. E innovazione non significa soltanto nuove macchine, ma anche nuove professionalità, nuove strutture di impresa, nuove forme di organizzazione del lavoro, nuovi sistemi retributivi, che talvolta sono incompatibili con i modelli definiti dai nostri contratti collettivi nazionali. Per la maggior parte questi sono fermi alla prima metà degli anni ’70, cioè a quando non esistevano ancora né i personal computer né Internet; ma se pure il loro contenuto in materia di organizzazione del lavoro fosse maggiormente sensibile al trascorrere del tempo, essi non potrebbero mai essere sufficientemente pronti ad adattarsi alle infinite possibili innovazioni nell’organizzazione del lavoro, che oggi si presentano nel panorama internazionale con un ritmo sempre più intenso.

Alla domanda che ho posto come titolo del libro ‑ A che cosa serve il sindacato? – si può rispondere che il sindacato serve di fatto a molte cose, alcune buone, altre no. Nel nostro contesto attuale – come la vedo io ‑ la funzione più importante e insostituibile che il sindacato può svolgere è questa: esso può costituire l’intelligenza collettiva che consente ai lavoratori di valutare la qualità della controparte (la sua competenza tecnica, la sua affidabilità sul piano dell’etica industriale e la sua disponibilità a condividere fino in fondo le informazioni di cui dispone), consente di valutare il progetto che essa propone e, se la valutazione è positiva, consente di scommettere su quel progetto, negoziando le condizioni della sua attuazione, anche in deroga alle regole generali negoziate al livello nazionale, e la spartizione dei frutti della scommessa, se e quando essa sarà stata vinta. Questo è quello che il sindacato confederale ha fatto in Italia nel 1992 e nel 1993, quando ha valutato positivamente il progetto propostogli dal Governo per portare il Paese a entrare con i primi nel sistema dell’euro, al costo di sacrifici che a molti erano parsi improponibili o temerari; questo è quello che i sindacati confederali, quando riescono ad andare d’accordo tra loro, fanno quotidianamente in molte aziende piccole, medie, ma talora anche grandi (alla Fiat di Melfi nel 1990, per esempio, o all’Alitalia prima dell’ultima gravissima crisi). Questo, però, è ciò che in Italia oggi non è possibile fare dove non ci sia pieno consenso e unità d’azione tra i sindacati maggiori: per questo è necessaria una riforma che renda più fluido il sistema, stabilendo le regole per la selezione della coalizione sindacale abilitata a negoziare, ma poi attribuendo a questa coalizione un potere di negoziazione pieno, a tutto tondo, capace di rispondere positivamente e rapidamente a tutte le sollecitazioni cui l’evoluzione tecnologica e organizzativa sottopone l’impresa.

 

L’inderogabilità degli standard fissati dal contratto collettivo nazionale, che costituisce la regola di fatto oggi vigente, non pone problemi seri soltanto nella fascia alta del tessuto produttivo, cioè in quella dove il modello di organizzazione del lavoro definito dal contratto collettivo può costituire ostacolo all’innovazione; problemi seri essa pone anche nella fascia bassa e in particolare nel Sud del Paese, dove le aziende – per un insieme di handicap negativi di sistema ‑ non reggono il costo di quegli standard. All’idea di consentire l’articolazione territoriale degli standard minimi, di cui questo libro propone una possibile forma molto semplice di attuazione, da sinistra si risponde con lo slogan “no alle gabbie salariali”. Ma le “gabbie salariali” abolite alla fine degli anni ’60 erano tutta un’altra cosa rispetto alla riforma qui proposta: allora erano i contratti nazionali a fissare i minimi tabellari differenziati per 14 “zone” del Paese, dando per scontata e non superabile l’inferiorità economica del Mezzogiorno; ciò di cui oggi si deve discutere è invece la possibilità di una deroga regionale allo standard nazionale finalizzata al ripristino della legalità e a un graduale riallineamento nell’arco di un certo numero di anni. Non una “gabbia” contrattuale, bensì, proprio al contrario, un modo efficace per uscire dalla gabbia attuale dell’illegalità diffusa e dell’ineffettività degli standard fissati dal contratto nazionale. I politici e i sindacalisti che inorridiscono a questa prospettiva dovrebbero leggere la descrizione che Roberto Saviano ha fatto ultimamente degli standard di trattamento vigenti nel “distretto dell’abbigliamento” controllato dalla camorra napoletana:

“Le fabbriche si ammonticchiano nei sottoscala, al piano terra delle villette a schiera. Nei capannoni alla periferia di questi paesi di periferia. Si lavora cucendo, tagliando pelle, assemblando scarpe. In fila. La schiena del collega davanti agli occhi e la propria dinanzi agli occhi di chi ti è dietro. Un operaio del settore tessile lavora circa dieci ore al giorno. Gli stipendi variano da cinquecento a novecento euro... nei momenti di massima produzione tutto tace e battono soltanto gli aghi. Più della metà dei dipendenti di queste aziende sono donne. Abili, nate dinanzi alle macchine per cucire. Qui le fabbriche formalmente non esistono e non esistono neppure i lavoratori... Non c’è contratto, non c’è burocrazia... ”

(Gomorra, Mondadori, 2006, p. 35). Questa è una “deroga” al contratto collettivo nazionale e alla stessa legge statuale; una deroga diffusa, radicata e ben visibile in ampie zone del Sud, decisa e controllata dalle organizzazioni criminali. Noi oggi di fatto preferiamo questa deroga a quella contrattata dal sindacato, che fa inorridire i miei critici. Il sindacato stesso si inibisce la possibilità di negoziarla, per paura di farne cattivo uso; così si inibisce di governare efficacemente questa vasta zona del mercato del lavoro reale.

 

            Un discorso in parte analogo va fatto per un altro “Mezzogiorno”, che è però diffuso in tutto il Paese: lo abbiamo intorno e ci conviviamo quotidianamente anche nelle zone più prospere del Centro-Nord. È il mondo del lavoro precario e fuori standard, dei bad jobs: un mondo di cui fanno parte milioni di lavoratori poco o per nulla protetti, di lavoratori “a progetto” e altri collaboratori spacciati per “autonomi” ma più “dipendenti” che mai. Anche qui i fautori della centralizzazione rigida della contrattazione collettiva rivendicano “equiparazione dei diritti, delle tutele e dei costi cui deve far fronte l’impresa” (sono le parole della 5a tesi per il congresso della Cgil che si è celebrato nel marzo 2006). Finché non sono costretti a confrontarsi direttamente col problema nel vivo del tessuto produttivo, essi non sembrano interrogarsi sulla questione cruciale: quanti di questi posti di lavoro, oggi di serie B, sopravvivrebbero a una istantanea parificazione rigorosa di diritti e costi rispetto allo standard di trattamento dei lavoratori di serie A fissato dal contratto collettivo nazionale? Alcuni probabilmente sopravvivrebbero, altri ‑ probabilmente la maggior parte ‑ no. L’intervento volto al superamento della diversità di trattamento deve dunque essere attentamente dosato in relazione alle caratteristiche ed esigenze specifiche di ciascuna situazione: sembra esserne ben consapevole anche il neo-ministro del lavoro Cesare Damiano, nella sua prudente e non indiscriminata strategia di intervento contro il precariato abusivo.

            Questi posti di lavoro sotto standard sono per lo più ben visibili: per esempio nei call center, oppure in certe cooperative e altre aziendine appaltatrici di servizi sotto-costo; oppure in imprese medio-grandi, comuni, provincie, ospedali, università, che ingaggiano lavoratori “a progetto” e co.co.co. per eludere il “vincolo di organico”, o per far fare loro il lavoro rifiutato dai regolari, o per portare tutto il peso della flessibilità di cui l’impresa o l’ente ha bisogno e che il diritto del lavoro di serie A non consente. Anche qui, come per il lavoro nero del Sud, se di fatto si tollera questa specie di conclamata apartheid è perché si teme, fondatamente, che una severa e drastica “equiparazione dei diritti, delle tutele e dei costi”, cioè l’applicazione rigorosa del diritto vigente, avrebbe l’effetto di sopprimere la maggior parte dei posti di lavoro che si vorrebbero bonificare. Quindi si chiude un occhio, o li si chiudono tutti e due. Li ha chiusi anche la Cgil, beninteso, la quale ha chiesto l’“equiparazione” nel congresso del marzo 2006, ma fino a quel momento aveva lasciato che in una miriade di aziende ed enti pubblici questi paria lavorassero a stretto contatto di gomito con i lavoratori regolari e ben protetti. In alcuni casi ‑ come quello del contratto per il call centre Atesia di due anni prima ‑ aveva addirittura legittimato il regime di apartheid con accordi aziendali; e ancor più lo aveva – qui involontariamente, ma con un effetto più ampio ‑ legittimato affidando la tutela di una parte consistente di questi lavoratori di serie B a una propria apposita articolazione organizzativa, il Nidil, distinta dai sindacati di categoria.

Anche in riferimento a questo fenomeno della disapplicazione dello standard di trattamento in ampie zone di lavoro sostanzialmente dipendente, ma mascherato sotto altre forme, la possibilità della contrattazione in deroga aprirebbe spazi nuovi per un’iniziativa sindacale coraggiosa e incisiva, volta a eliminare quell’indecente quanto plateale violazione della legge negoziando l’immediata qualificazione corretta del rapporto in cambio di una deroga transitoria ai minimi tabellari fissati dal contratto nazionale e della fissazione di una road map capace di condurre nell’arco di un congruo periodo al superamento definitivo di ogni differenza ingiustificata di trattamento. Ma il sindacato, se vuole porsi in grado di svolgere questa funzione di costruttore di uguaglianza e pari opportunità, deve smettere di legare le mani dietro la schiena alle proprie articolazioni periferiche e allargare la loro sfera di autonomia negoziale.

Quanto? Entro quali limiti? Con quali filtri? Tutto questo può e deve essere oggetto di negoziazione; e tutto questo può anche essere regolato da un accordo interconfederale, se non si vuole usare lo strumento legislativo. Ma le organizzazioni sindacali e le associazioni imprenditoriali italiane sembrano ancora troppo spaventate da questa prospettiva.

 

Su di un punto concordo con i miei critici. La maggiore fluidità del sistema proposta in questo libro non consentirebbe soltanto alle articolazioni periferiche del sindacato confederale di adattare intelligentemente gli standard in relazione a circostanze o progetti particolari: consentirebbe anche lo sviluppo di un sindacalismo ispirato a idee e modelli radicalmente diversi rispetto a quelli coltivati dal sindacato confederale così come noi oggi lo conosciamo. Capisco che questa prospettiva non piaccia per nulla alla dirigenza attuale delle nostre confederazioni maggiori; ma ritengo anche che il pluralismo sindacale garantito dal primo comma dell’articolo 39 della Costituzione non possa considerarsi compiutamente attuato se alle idee e ai modelli diversi non si dà lo spazio necessario perché possano effettivamente competere tra loro. E credo che le stesse nostre confederazioni maggiori avrebbero molto da guadagnare dallo stimolo al rinnovamento che per esse deriverebbe dalla possibilità di questa competizione.

 

P.I.

 

Milano, agosto 2006



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